Come ti vinco un europeo senza sapere come ho fatto: Grecia campione d’Europa nel 2004!

La Grecia e lo sport

Il lettore mediamente più studiato saprà che la storia dello sport è strettamente legata alla Grecia. Nel 776 a. C. si svolsero i primi giochi olimpici a Olimpia, erano manifestazioni locali svolte in onore di Zeus. Comprendevano corsa, pugilato, lotta e pentathlon, insomma, una sorta di sagra di paese alla quale assistere a competizioni sportive; se tra queste c’erano anche risse regolamentate, non sorprenderà che nel corso degli anni le Olimpiadi si ampliarono sempre più ed ispirarono nei secoli altre nazioni, come Inghilterra e Francia, che iniziarono ad organizzare eventi simili.

Tutto ciò ha portato ai Giochi olimpici dell’era moderna

Ai giochi, la Grecia vanta un totale di 116 medaglie conquistate nel corso degli anni. Tra queste c’è l’oro agli anelli di Dimosthenis Tampakos, fortemente contestato, per alcuni un vero scippo. Erano i XXVIII Giochi olimpici, l’anno il 2004 e, se vogliamo proprio metterci in quest’ottica, per la Grecia era il secondo scippo sportivo di quell’anno.

 

La Grecia e il calcio

Il lettore mediamente meno studiato, invece, legge sport ma capisce calcio e non sa che farsene di tuffi, danza, nuoto ecc. Ed è fortunato, perché la storia in procinto di essere raccontata è proprio una storia di calcio, una storia su come la sportività sia una bella cosa, ma i catenacci, le cattive intenzioni e anche un po’ di fortuna sono più efficaci.

Una storia su: come il calcio champagne a volte non vinca ma è buono solo per essere scolato a gargarozzo e di come si possano raggiungere obiettivi ben al di sopra delle proprie possibilità.

È il nerd che soffia la figa della scuola allo studente quarterback, la porta al ballo e se la bomba anche. Nel 2004, Steven Bradbury si è reincarnato in una nazionale di calcio portandola al trofeo. Quella nazionale era la Grecia di Otto Rehagel.

 

Ma prima un po’ di storia

Il lettore meno studiato può anche saltare questa parte di storia, ma per dare risalto all’evento principale bisogna prima far capire il rapporto della Grecia con il calcio.

La squadra più titolata è l’Olympiakos, che ha all’attivo ben 44 campionati ma una storia di competizioni europee non delle migliori: arriva ai quarti di finale della Coppa dei Campioni 1992/93, eliminato dall’Atletico Madrid, e ai quarti della nuova Cappa dei Campioni, la UEFA Champions League 1998/99, eliminato dalla Juventus. Segue il Panathinaikos, con 20 campionati all’attivo, finalista della Coppa dei Campioni 1970/71 e semifinalista nel 1984/85 e nel 1995/96.

Insomma, niente di entusiasmante.

Ma passiamo alla nazionale, che si mantiene su livelli addirittura peggiori, almeno fino a prima del 2004. Fino ad allora infatti la Grecia aveva una partecipazione agli europei e una ai mondiali, rispettivamente nel 1980 e nel 1994, collezionando 1 pareggio e 5 sconfitte.

Non la migliore delle premesse.

 

Arriva Otto e parte (quasi) col botto: i gironi di qualificazione

Il Signor Otto Rehagel non è uno sprovveduto: 3 campionati, 3 coppe di Germania, 1 Coppa delle Coppe. Capisce di poter sfruttare l’esperienza estera di molti suoi giocatori per costruire qualcosa di efficiente, applica le sue competenze tattiche e costruisce un muro in difesa e un ariete con la cazzimma in attacco.

Il duro lavoro non dà subito i suoi frutti: la Grecia viene battuta da Spagna e Ucraina per 2-0, ma seguono sei vittorie consecutive che costringono la stessa Spagna agli spareggi e portano all’eliminazione dell’Ucraina (ci giocava un certo Shevchenko).

 

La fase a gironi, parte 1: Portogallo-Grecia

Nel sorteggio finale la Grecia viene baciata dalla dea bendata: Portogallo, i padroni di casa, Spagna, assetata di vendetta, Russia, che è sempre stata una quadra un po’ spigolosa (per usare un monumentale eufemismo).

12 giugno 2004: Portogallo-Grecia. La partita d’esordio si gioca coi padroni di casa. Parliamo i giocatori del calibro di Figo, Rui Costa, Carvalho, un certo Cristiano Ronaldo. Già la vista delle squadre è di un certo impatto: la Grecia è compatta, muscolosa, brutta, nel Portogallo ci sono fantasisti, giocatori che danzano col pallone ai piedi, quasi eterei. Sembra di vedere dei muratori che invadono una sfilata di moda.

Al 7’ un opportunista Karagounis approfitta di un pallone perso dal Portogallo a centrocampo, contropiede al galoppo e segna il gol del 1-0.

Il Portogallo reagisce ma non gli va bene: Ronaldo abbatte Seitaridis in area di rigore, Basinas trasforma nel 2-0. Inutile il gol di CR7 al 90’.

Si inizia così: con una Grecia che sbarca ignorante (nel senso che ignora quello che le sta per accadere, semicit.) in Portogallo, abbatte i padroni di casa alla partita d’esordio ribaltando ogni previsione.

Delirio.

 

La fase a gironi, parte 2: Grecia-Spagna

Se nella prima partita c’erano i cocchi di mamma, nella seconda non va meglio: la Spagna non ha dimenticato l’affronto alle qualificazioni. È una squadra in forte crescita e lo dimostrerà qualche anno dopo; nel 2004 è comunque superiore alla Grecia, eppure non basta. Nonostante il gol di tal Morientes al 28’ che porta in vantaggio la Spagna, a un certo punto arriva in area una palla, non si capisce bene da dove (inutili le perizie balistiche), Helguera manca di coordinazione oculo-podalica, liscia e Charisteas – segnatevi questo nome, lo troveremo un altro paio di volte – segna di sinistro al 66’: 1-1. Catenaccio della Grecia, fischio finale, 4 punti.

Fino al 66’ tutto sembrava perduto, la partenza della Grecia un’illusione. Ora, forse, si può fare. Basta il pareggio con la Russia.

 

La fase a gironi, parte 3: Russia-Grecia

Spoiler alert: il pareggio non arriva. La Grecia perde 2-1.

I greci entrano male, Katsouranis sbaglia e Kiricenko segna al 2’. L’incubo non finisce qui, perché le cose brutte, come diceva Gian Burrasca, son come le ciliegie: arrivano a due alla volta. Come il secondo gol della Russia, Belykin al 17’.

Bastano 26 minuti per trasformare l’incubo in, col senno di poi, sogno da favola: Vryzas dà una capocciata al pallone al 43’ e fa 2-1. La partita finisce così, con una sconfitta, ma… ma in contemporanea si gioca Portogallo-Spagna e i padroni di casa vincono 1-0 con un gol di Nuno Gomes al 57’.

La Grecia passa per la miglior differenza reti, la Spagna è fuori!

Si va avanti. Non si sa come, ma si va avanti.

 

Quarti di finale: Francia – Grecia

Probabilmente la partita più seguita dagli italiani di quell’europeo. Noi non dimentichiamo.

È la Francia di un Zidane pre-capocciate, Henry, Trezeguet che sa ancora tirare rigori e Vieira. Non i primi che trovi giù al palazzo, insomma.

Eppure, anche in questo caso, non basta.

Le parole dell’allenatore prima del match hanno un sapore quasi scaramantico: “Se proprio si deve cadere, si cadrà da eroi greci”. A me invece ispirano eroismo e sacrificio e mi fanno venire in mente Leonida e gli Spartani alle Termopili, duemila anni dopo.

E allora arieccoli, gli eroi greci: 11 al posto di 300, Stadio Josè Alvalade invece delle Termopili, al 65’ Charisteas (vi avevo detto di segnarvelo) segna di testa su assist di Zagorakis e, in antitesi con la memoria storica, i greci abbattono le armate (franco)persiane.

La Grecia è in semifinale. Atene è in festa come se avessero già vinto. La Francia è fuori, sarà per la prossima volta (ahahah e invece no, c’è Berlino 2006. Mitico Grosso. Fine del momento amarcord).

 

Semifinale: Grecia – Repubblica Ceca

La partita più dura. La Repubblica Ceca di Nedved ha dimostrato di essere una delle candidate al titolo.

Le cose non si mettono bene dall’inizio: i cechi col sangue agli occhi (battuta non voluta, giuro), i greci chiusi in difesa. Per quasi tutta la partita le vie alle punte sono tagliate e l’attacco avversario sparge il panico con azioni in area al limite dell’etico.

Al 40’ Nedved si tuffa un po’ troppo a terra e si fa male per davvero, per cui esce. E vabbè, nessuna favola è tale se a un certo punto la fortuna non la fa da deus ex machina.

Si arriva ai supplementari. Sono gli anni del silver gol (dovevano giusto inculare l’Italia col golden, poi hanno cambiato): si va al secondo tempo supplementare solo se il primo termina con il pareggio.

Ma ciò non accade: al 105’ Dellas di testa – e come sennò?! – segna.

La Grecia è in finale!

 

Finale: Portogallo – Grecia (o anche: certi amori fanno un giro enorme e poi ritornano)

E chi c’è in finale? I padroni di casa che ritrovano la loro nemesi. Non si poteva chiedere un finale più al cardiopalma di così. Il cerchio si chiude (e la palla è rotonda).

Eppure non c’è molto da dire. Il Portogallo vuole riscattarsi dalla sconfitta iniziale, attacca costantemente ma in maniera inconsistente. Al 57’ Charisteas, segna ancora lui, indovinate come? Su calcio d’angolo di Basinas, quello che trasformò il rigore poco meno di un mese prima. Ci sono gli estremi per l’aggravante della crudeltà e reiterazione di colpi inferti alla vittima.

Seguono 30 minuti di assedio portoghese che rimbalza contro la muraglia ellenica; panico al 90’ per un tiro di Figo che passa accanto al palo, ma dal lato sbagliato e va fuori.

Poi c’è la fine: Grecia campione d’Europa!

Fisicità e bruttezza vincono su possesso palla e manovre, “fallo e basta” vince sul “ma che lo faccio a fare”.

Ora si torna ad Atene a ballare il sirtaki. Tutto molto bello.

Morale della favola

Qui non c’è niente da dire, la storia parla da sola. Nel calcio non esistono regole per vincere, se non la voglia di farlo ed è proprio dalla forza di volontà che nascono storie di questo tipo. Da questa vittoria inizia il processo di rinascita della nazionale greca, dal 2004 un elemento significativo delle competizioni continentali ed intercontinentali.

Per rivivere una favola del genere dovremmo, forse, aspettare il Leicester undici anni dopo.

 

Alessandro Casaburo